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Spazi fi-gitali e design globale


Cosa succede quando i media digitali disegnano il quotidiano?

Mirage

Chi lo avrebbe mai detto? Sembravano così carini e indifesi.


No, non è l’incipit di una trama in pieno stile pulp, ma il pensiero a ritroso che tutti noi faremmo oggi pensando i nostri esordi sui social network e sulle altre piattaforme digitali. Strumenti nati e progettati per farci comunicare meglio, per abbattere le barriere geografiche, per interagire con tutti nel preciso istante e nel posto in cui ci troviamo. Usi virtuosi, pratici, efficaci, che però nel tempo si sono trasformati: e oggi sembra proprio che social network come Instagram, Facebook, LinkedIn, TikTok e piattaforme digitali come AirBnB, Uber e Spotify siano qualcosa di molto più grande di semplici strumenti di comunicazione e di servizio.
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Intendiamoci: non immagino un mondo distopico dove noi come persone ci troveremo indifese e in preda alle macchine (se però il tema ti stuzzica, ti consiglio la visione di The Social Dilemma, il nuovo documentario pubblicato su Netflix che sta facendo molto discutere).


Al contrario, provo con occhio il più possibile critico – leggi: analitico – a comprendere in che modo queste soluzioni digitali sono entrate con forza e dalla porta d’ingresso nella nostra quotidianità. Per esempio, sappiamo l’immagine sui social network è tutto. Un selfie tira l’altro, e molto spesso aspettiamo a fare qualcosa – per esempio, a mangiare al ristorante – se non ci siamo prima immortalati e non abbiamo condiviso il contenuto sui social network. Questo effetto ha un nome ben conosciuto in psicologia: si chiama narcisismo digitale e consiste nella proiezione del sé reale in un mondo virtuale.
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Cosa c'entra tutto ciò con il mondo del design e dell’architettura?

C’entra eccome, e prende il nome di fattore instagrammabilità. Sempre più la scelta dei materiali per gli interni e gli esterni è veicolata dalla loro resa ‘agli occhi’ di Instagram, con effetti anche paradossali. Chissà cosa direbbe Simone da Orsenigo, l’architetto del Duomo di Milano, se gli raccontassimo che a distanza di 600 anni il suo tesoro rischia ora di venire fotografato meno rispetto a Piazza Gae Aulenti proprio per i giochi di luce, riflessi e trame che rende quest’ultima super cool sui profili Instagram dei turisti di tutto il mondo? Quel che è troppo, è troppo però: un conto è essere fotografati, un altro è essere invasi. Questo è stato il pensiero degli abitanti di Rue Crémieux, a Parigi. Una via talmente bella, affascinante e instagrammabile dall’essere presa d’assalto notte e giorno da turisti, influencer e blogger. Tanto da avere spinto gli stessi abitanti a chiedere al Comune parigino di chiudere la strada nel tardo pomeriggio, e nel weekend.
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A proposito di spazi esterni: questi mesi, sono stati sfidanti. Non tanto per i cantieri, che dopo una breve sosta hanno proseguito i lavori, quanto per la percezione dei clienti che lo spazio fisico fosse pericoloso. Qualcosa da cui stare alla larga, o a cui fare molta attenzione. E anche in questo caso, le piattaforme digitali da semplice strumento di semplificazione si sono trasformate in qualcosa di molto più impattante.

Penso al crescente utilizzo di Facetime, Zoom, Google Meet e altre soluzioni per virtual meeting, utilizzate dai clienti per visionare case, palazzi e altri spazi senza essere fisicamente presenti. Un trend a prima vista innocuo, ma che sta resistendo ben oltre le settimane di chiusura totale diventando una prassi. D’altronde, per un ricco builder cinese che desidera acquistare casa a Londra si tratta di un risparmio di tempo e di risorse enorme.

E quindi, cosa fare? Occorre attrezzarsi, sia in termini tecnologici che di affinamento sulle tecniche di vendita virtuale. Pensa che uno studio di psicologia (del 1967!) rivela che il 90% dei messaggi che riceviamo in interazioni faccia a faccia avviene attraverso la comunicazione non verbale, mentre solo il restante 10% è il vero contenuto della comunicazione. Traduci questa proporzione in un’interazione via conference call, e comprendi come in realtà tutta questa tecnologia ci stimolerà sempre più a mostrare il nostro lato più empatico e umano.

Allora, ti sto persuadendo sulla crescente influenza che i social network e le piattaforme digitali hanno nella progettazione del quotidiano, e sull’impatto che hanno per il nostro lavoro?

Ti lascio con un paio di ciliegine che riguardano AirBnB.

La conosci? Si tratta della più grande piattaforma al mondo di case, appartamenti e altri spazi messi in affitto da privati, per altri privati. Una community enorme che non si fermerà di certo, fedele alla sua promessa di creare un mondo dove 7 miliardi di persone potranno sentire di appartenere al posto in cui desiderano (create a world where 7 billion people can belong anywhere).

Se conosci AirBnb, forse non sai comunque che, dopo avere dato vita e guidato la rivoluzione dell’home sharing, l’azienda ha iniziato a progettare case e spazi attraverso la nuova divisione aziendale Samara. Il target principale di questo studio di design? Città di medie e piccole dimensioni che stanno soffrendo lo spopolamento per via dell’urbanizzazione, a cui offrire servizi di architettura e pianificazione urbana.

Ma com’è nata questa idea, e come è stato possibile metterla in pratica?

Lo ha spiegato in modo chiaro il co-fondatore di AirBnB Joe Gebbia:
“ciò che mi eccita maggiormente è il fatto di potere applicare quanto abbiamo imparato negli ultimi 8 anni per dare vita a nuove tipologie di opportunità commerciali e a un nuovo impatto sociale.”

In effetti chi meglio di AirBnB, con i miliardi di dati raccolti nel tempo e di conseguenza un portafoglio di conoscenze ampie e profonde sugli spazi che più ci piacciono, può proporsi come partner di design e architettura ideale? In poco, il gioco è fatto: una software company che entra nel mondo fisico.

Un’altra innovazione lanciata dalla piattaforma consiste in Backyard, “uno sforzo di disegnare e prototipare nuovi modi di costruire e condividere abitazioni”. Si tratta di un progetto che vede sia la produzione diretta che il marketplace di compra-vendita di tutto ciò che è necessario per costruire la casa dei sogni non solo personali, ma di tutta la community.

Si tratta di uno strapotere, dunque, quello delle piattaforme e dei social network. Che a livello progettuale e professionale ci porterà almeno due sfide, con cui concludo la mia riflessione.

La prima, prende il nome di sameness. Il design digitalizzato o digitale – globale per natura in entrambi i casi (le foto di qualsiasi cosa su Google sono sotto gli occhi di tutti, così come un iPhone o la home page di Facebook sono identiche sia per un cliente italiano che per una persona russa) – ha impattato profondamente sull’omogeneizzazione del nostro gusto, facendo convergere molte persone da tutto il mondo in un’unica idea e percezione mentale di layout. In effetti, qualsiasi rappresentazione di uno spazio interno o esterno architettonico contemporaneo – che sia un mall, un co-working, o anche semplicemente un condominio di nuova generazione – è più o meno sempre la stessa.

Dobbiamo piegarci a questa strada estetica, oppure abbiamo ancora spazi per poter innovare e differenziare (uniqueness)?

Secondariamente, le dinamiche virtuali si sono fatte nel tempo non tanto – o meglio, non solo – reali, quanto piuttosto fi-gitali. Un termine che integra ‘fisico’ e ‘digitale’. Luciano Floridi, Professore italiano all’Università di Oxford, parla a proposito del nostro vivere OnLife. La nuova esistenza nella quale la barriera tra vita reale e virtuale è caduta, ma c’è appunto una… OnLife.

Come pensare agli spazi in un mondo sempre meno fisico oppure digitale, e più fi-gitale e OnLife?
Autore: Alberto Maestri
Photo credits: https://unsplash.com/
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